giovedì 31 dicembre 2015

Cinque volte cento


Cinquecento messaggi telepatici inviati tramite un computatore, da un ragazzo non più giovanissimo con l'eterna confusione mentale parte " non ne ho idea "
Troppo spesso battendo a caso su quello che capita, con i pensieri che volano e non stanno fermi, totalmente incapaci di focalizzarsi su ogni singola cosa.
E fisso allora accendendo lampadine, come quelle natalizie, di idee e altre robe che passano per la testa.
Rischiando pesantemente di sovraccaricare sempre il sistema.
Funziona così quando alla fine ti sei trovato per circa trent'anni su un pianeta strambo ai confini della galassia, spesso chiedendosi perchè.
Ma non è solo il fatto del sovraffollamento di congiunzioni subordinate, messe a caso come la punteggiatura.
Visto che tanto deve sempre seguire simboli buttati lì alla fine della frase.
Comunicazione.
Come quello che alla fine ha uno dentro, ma lo deve esprimere attraverso segnetti fittizi visto la totale incapacità di mettere in immagini quello che uno ha dentro la testa.
Così sempre per parecchi anni, fino a quando non ci si dimentica anche il motivo di quest'inizio.
Tornando indietro cinquecento volte fino alla pioggia sui prati ( fiscali ), in città che si conoscono, ma non così tanto da avere piena familiarità.
Frutto di scelte più o meno avventate dopo anni brutti brutti.
In cui, veramente, l'unico pensiero era portato all'annullamento di quello che si era cercato di costruire senza grossa convinzione.
Questionando fisso alla fine chi si è o non è.
Riguardando anni persi sbragati sopra banchi, cercando di vedere più o meno quali fossero le strade.
Che sono un po' di terra battuta e fango, perennemente senza senso dell'orientamento.
E' come essere il personaggio di un videogioco, che sa più o meno destreggiarsi in tante situazioni, ma la barra evolutiva è sempre a metà.
Un mezzo destro, mezzo sinistro in tutte le accezioni che si vogliono dare.
Percui girando sempre in tondo, scrivendo robe sgrammaticate come capitano in testa, sempre per mezzo di supporti meccanici o informatici.
Non rileggendo mai quello che si è scritto.
Non tenendo una copia.
Andando avanti.
Eliminando alla fine di ogni battitura quello che si era scritto prima, cadendo fisso nelle trappole della ripetizione.
Un po' come la vita no?
Come questi trent'anni.
Come quando cambia sempre tutto, per non cambiare mai niente.
Certo i capelli vanno e vengono, di quello uno si mette ormai l'anima in pace, ma dentro, veramente, che cosa c'è?
Probabilmente un eterno bambino con le ginocchia sporche che rimane in penombra, infastidito da essere messo al centro della stanza.
Tirando giù sugl'occhi la visiera del cappello.
Rimanendo in silenzio, limitando al massimo le interazioni umane.
Roba aggravata da sostanze in circolo nell'organismo, legami chimici che maddai li hai provati una volta, che vuoi che male ti facciano.
Fanno.

Quando sovraccarichi sempre il sistema, fino al punto che torni seduto su un tappeto prodotto dalla pelle di un animale che non ti ricordi nemmeno.
Allora torna solo la voglia di essere un minimo completo, anche se c'è solo da capire quello che uno vuole veramente.
Non certo soddisfazioni varie frutto dallo scambio di pezzi di carta dal valore nominale.
Ma quello che uno è.

In questo caso, solo una figura in penombra.
Ma alla fine, va bene lo stesso.
Preso per mano, con membri della stessa tribù.
Che non è solo una questione di colore della maglia.
Na.
Quello che uno ha dentro.
Capendosi fisso al volo.
Condividere una diversa gamma di modo di pensare.
Evitando attentamente parole assolute.
Quello sempre.

Allora è tempo di giocare.
In fondo va bene così.
Non volendo, mai del tutto essere competitivi.
Ci può stare.

Quando hai finito le istruzioni, tocca scriverle e non pensare al se dovesse andare, avrei potuto, così com'è.

Per sempre a caso, ma non per caso.
In fondo è solo un viaggio strano.
Non contando più i minuti o le rotazioni dell'asse terrestre.

Stavolta per cinque volte cento.
Più avanti, un passo dopo l'altro.
Programmare la vita un respiro alla volta.

Nuotatina fino alla boa, chi ci sta?

Io vado amici e amiche.

Pace.

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